4. NESSUNO È LASCIATO INDIETRO

4. NESSUNO VIENE LASCIATO INDIETRO

L’Alto Adige è una delle regioni più ricche d’Italia, eppure sempre più persone sono escluse da questa ricchezza. Da decenni il Pil dell’Alto Adige è in costante crescita, ma negli ultimi dieci anni il reddito reale da lavoro dipendente è rimasto invariato. Dal 2003 la percentuale delle famiglie che vivono in povertà o sono a rischio si aggira attorno al 16%. Circa il 30-40% dei lavoratori dipendenti ha problemi ad arrivare a fine e mese e a far quadrare il bilancio familiare. Una parte considerevole dei pensionati si trova in difficoltà economiche: quasi la metà dei pensionati in Alto Adige (il 46%) percepisce meno di mille euro al mese.

Le disuguaglianze sociali vengono esasperate dal divario retributivo in base al genere, dall’elevata concentrazione della ricchezza e dalla sua scarsa redistribuzione, dai trasferimenti pubblici, dalla tassazione del reddito e del patrimonio che ha ancora un effetto troppo poco progressivo. In Alto Adige si aggiungono altri fattori: salari troppo bassi rispetto al costo della vita, autonomia tariffaria troppo limitata a livello provinciale, prezzi elevati degli immobili. Questi fattori devono essere presi in considerazione al momento di riformare la politica sociale della Provincia, non solo attingendo alle competenze autonome esistenti, ma anche cercandone di nuove nell’ambito della riforma dello statuto di autonomia.

CORRETTIVI FISCALI PER UNA SOCIETÀ PIÙ EQUA
La Provincia autonoma dispone di un certo margine di manovra in materia di fisco e può intervenire sulla definizione di alcune aliquote fiscali. In vista di una maggiore giustizia fiscale, si può e si deve intervenire sulle seguenti tre imposte: Imi, Irap e Irpef.

PER UN SALARIO MINIMO PROVINCIALE 
In Alto Adige, una parte considerevole di lavoratori si trova in busta paga solo il salario minimo previsto dagli accordi nazionali. Rapportato al costo della vita, soprattutto rispetto al costo degli immobili e degli affitti, i salari lordi reali medi in Alto Adige sono troppo bassi e negli ultimi dieci anni nel settore privato sono pure diminuiti. Su un totale di quasi 220mila lavoratori dipendenti, una quota sempre maggiore assiste alla perdita del potere d’acquisto del proprio stipendio. Nell’ambito della riforma dell’Autonomia, l’Alto Adige deve chiedere e ottenere la competenza di stabilire i livelli salariali minimi per i singoli settori e per le imprese con sede in Alto Adige. Solo così si può garantire che le retribuzioni minime in Alto Adige possano raggiungere un livello dignitoso.

ALLOGGI ECONOMICAMENTE ACCESSIBILI

La domanda di spazi abitativi è in costante aumento. La misura più semplice e immediata da adottare sarebbe l’immissione sul mercato immobiliare degli alloggi attualmente sfitti che dovrebbero essere offerti con affitti sociali. Questa prassi è stata abbandonata dall’Ipes nel 2012.

A tutela delle aree ancora verdi e dei terreni coltivati e per contrastare l’espansione urbana indiscriminata, si giustificano ulteriori ampliamenti di cubatura in occasione degli interventi di riqualificazione energetica.
Anche tra i giovani è forte il desiderio di possedere un alloggio di proprietà. La mano pubblica dovrebbe ulteriormente sostenere l’acquisto in condomini attraverso contratti di Bausparverträge.

Si deve mirare a passare da un sistema di contributi individuali all’affitto a una graduale introduzione di strumenti di politica abitativa a lungo termine, sgravando così le casse pubbliche.

UN MAGGIORE IMPEGNO PER LA RIDUZIONE DELLA POVERTÀ
Grazie ai trasferimenti sociali provinciali è possibile ridurre il tasso di povertà. Tuttavia in una terra ricca come l’Alto Adige è inaccettabile che il 16% delle famiglie sia a rischio povertà e questa è la riprova del fallimento delle politiche sociali delle giunte che si sono succedute al governo. Le fasce di popolazione più colpite sono le famiglie numerose, quelle monoparentali e gli anziani che vivono soli. A titolo di esempio va sottolineato che per porre rimedio a questa situazione non sono sufficienti né gli attuali sussidi per l’affitto agli anziani con pensioni molto basse, né l’aumento della pensione minima a 507 euro. Anche gli assegni familiari per le famiglie monoparentali sono insufficienti. Occorre pertanto trovare modi adeguati per introdurre una “pensione provinciale minima” di base, al fine di garantire un tenore di vita adeguato a tutti gli anziani della nostra provincia.
Vi è inoltre il rischio che i giovani di oggi debbano affrontare la loro vecchiaia in condizioni di assoluta povertà, poiché in futuro riceveranno una pensione solo nell’ambito del sistema contributivo, vale a dire un importo basato sui contributi effettivamente versati. Anche i lavoratori a basso reddito che difficilmente possono permettersi un’assicurazione pensionistica complementare durante il periodo di attività lavorativa potrebbero cadere nella trappola della povertà durante la vecchiaia. Il fondo regionale di previdenza complementare dovrà quindi essere ulteriormente alimentato con finanziamenti importanti.

CRITERI DI PREFERENZA SOCIALE PER GLI APPALTI PUBBLICI
Largo ai criteri sociali e ambientali nei bandi per gli appalti pubblici.
Per favorire le imprese con sede in Alto Adige va dato più spazio al criterio del “chilometro zero”.
Il principio della conciliabilità dei tempi tra famiglia e lavoro, in linea con gli standard già applicati con successo all’estero, va assolutamente considerato, come anche il criterio dell’uguaglianza salariale tra i generi.

CONSOLIDARE E SEMPLIFICARE LA GESTIONE DEI SERVIZI SOCIALI
Tutti i servizi offerti dalla Provincia e dalla Regione sono da ricongiungersi in un’unica agenzia provinciale. La Durp va semplificata e adattata per tenere in maggiore considerazione le effettive condizioni di vita delle persone e per evitare ingiustizie nella concessione di contributi per l’abitazione. Il ruolo di controllo sulla reale situazione economica dei richiedenti potrebbe essere gradualmente trasferito ai comuni.

UNA POLITICA DELLE FAMIGLIE: PIÙ EQUILIBRIO TRA FAMIGLIA E LAVORO
In Alto Adige sono a rischio povertà soprattutto gli anziani che vivono soli, le famiglie monoparentali, le famiglie con più di tre figli e gli immigrati. Se per ogni bambino accudito in casa Provincia e Regione riconoscono 286 euro al mese, va da sé che molti genitori non possono permettersi di badare in prima persona ai propri figli nei primi anni di vita. Le misure di sostegno non devono però neppure incoraggiare le donne a rinunciare al proprio lavoro.
I posti disponibili per l’assistenza alla prima infanzia non sono sufficienti e vanno pertanto aumentati. A tale scopo ai bambini va riconosciuto il diritto suscettibile di azione legale ad un posto al nido. I posti nido vanno assegnati con precedenza ai figli dei genitori lavoratori.
Serve una maggiore compatibilità tra famiglia e lavoro e in questo senso l’assistenza all’infanzia gioca un ruolo decisivo. Il congedo parentale per i genitori dovrebbero maggiormente venire assimilati, senza discriminazioni tra posti di lavoro nel settore privato o pubblico.
I padri vanno incoraggiati a partecipare maggiormente all’educazione dei propri figli, per esempio grazie al congedo di paternità.
Non è opportuno che il congedo parentale venga richiesto unilateralmente solo dalle madri.
In generale, va da sé che i fondi per la politica familiare devono essere sensibilmente aumentati.

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