AllgemeinComunicato stampa

Coronavirus: no a un centro di quarantena a Colle Isarco

Concentrare in un paese un centro per la quarantena degli infetti dal Coronavirus non risolve il problema, ma anzi rischia di aggravarlo rendendo il centro urbano una zona rossa. Le soluzioni ci sono, ma sono altre: dalle cure domiciliari al preparare il nostro sistema ospedaliero all’aggravarsi della situazione.

Il coronavirus (SARS-CoV-2) è arrivato in Italia e anche in Alto Adige. Mai prima d’ora è stata prestata così tanta attenzione a una malattia, mai prima d’ora l’informazione mondiale vi si è così tanto focalizzata. 

L’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) parla ancora di un’epidemia e tutte le misure intraprese sono volte ad eliminare il virus prima che diventi una pandemia. Per questo motivo sono state adottate numerose misure drastiche come la quarantena forzata, la chiusura di aziende e scuole, la ricerca di persone contagiate, la disinfezione, ecc. La situazione si sta sviluppando in modo molto rapido e naturalmente va presa sul serio.

Nella situazione attuale, in cui la maggior parte dei casi di contagio è legata alla permanenza nell’area a rischio o a gruppi locali, l’Oms raccomanda una strategia di contenimento. Ciò significa individuare le malattie con l’aiuto del servizio sanitario pubblico e prevenire il più possibile la diffusione del virus a livello locale.

Per raggiungere questo obiettivo, le catene di infezione devono essere spezzate il più rapidamente possibile. Questo può essere ottenuto solo se vengono effettuati i test diagnostici e se le persone contagiate sono quindi identificate e poste in quarantena per 14 giorni (periodo di incubazione massimo). In questo periodo, le persone devono essere in contatto con le autorità sanitarie per agire rapidamente in caso di comparsa dei sintomi. Oltre l’80% dei casi può essere curato a domicilio, quelli gravi devono essere trasferiti in ospedale. Questi sforzi di assistenza domiciliare mirano a prevenire il più possibile la diffusione del virus tra la popolazione.

Non ha senso concentrare le persone risultate positive ai test e le persone che presentano sintomi lievi in una struttura di quarantena in un paese, perché queste misure non interrompono le catene di infezione e comportano il rischio di un’ulteriore diffusione del virus.

L’obiettivo deve essere coinvolgere maggiormente il personale sanitario nel processo di cura dei contagiati e dei gruppi a rischio, preparando misure di protezione per i gruppi particolarmente vulnerabili e aumentando le capacità di reagire all’emergenza degli ospedali esistenti.

Riunire i pazienti in un centro di quarantena, all’interno di un paese, è controproducente e trasformerebbe tutto il centro urbano in una zona rossa. Inoltre, non sappiamo che effetto abbia un accumulo locale di pazienti infetti sul decorso della loro malattia quando il carico virale aumenta localmente.

Una riduzione significativa del carico di lavoro del pronto soccorso, con una contemporanea riduzione del rischio di infezione per i pazienti e il personale a causa della presenza di pazienti affetti da SARS-CoV-2 con sintomi influenzali, sarebbe l’erezione di tende per il triage davanti agli ospedali, che sarebbero gestite da personale addestrato e adeguatamente attrezzato.

Franz Ploner

Peter Faistnauer

Immagine: Caserma Baisi – Colle Isarco (Fonte: LPA)

 

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